sabato 26 dicembre 2009

Il procuratore del Diavolo

IL PROCURATORE DEL DIAVOLO


Fuggire, voglio fuggire. Da dove? Ho paura, una terribile angoscia. Mi prende alla gola, alle viscere, le gambe tremano. Non l'ho mai fatto, nemmeno con il pensiero ma devo provare. Una volta almeno, nella mia meschina vita, devo trovare il coraggio e buttarmi. Lasciarmi travolgere dall’incertezza, dall’incoscienza. Eppure provo solo paura. Terrore. Che cosa faccio qui? Torno a casa, è più sicuro. Forse è tardi per tornare.

La città. E’ un luogo di amori e di rancori, un luogo di felicità e di mestizia, un luogo di piacere e di dolore, un luogo di moltitudini eppure di solitudine. La città tutto ingoia. Si intrecciano vite, storie e trame, nelle viscere profonde di questa mostruosa creatura.
Era arrivato. E cercò un parcheggio, un temporaneo rifugio al riparo dal serpente di auto che lo circondava. Lui non viveva in città, aveva sempre pensato fosse meglio non abitarci. Preferiva la solitudine, ma in questo momento aveva bisogno di un pubblico, doveva lasciare un segno. Ora però era immerso in un mare di auto, che lo avvolgeva in una lenta, fredda marea. Un oceano di metallo dove il tempo si dilatava, scandito dal frastuono dei motori e dei clacson. Non riusciva ad avanzare.
La lettera P gli comparve davanti, piccola boa di salvezza nel mare in tempesta. Entrò fiducioso e iniziò a cercare l’agognato ricovero. Niente, nemmeno un posto. Percorse più volte il dedalo stradale. Scorse un pertugio libero e vi si precipitò, fiducioso. Ma una feroce belva era già lì, pronta a ghermirlo, a rubargli il posto, ruggendogli contro.
Uscì. Le auto lo circondavano, non gli permettevano di muoversi, lo soffocavano. Al loro interno scorgeva ombre minacciose, come demoni sogghignanti. Pensava di avere le allucinazioni. Il suo viso era coperto di sudore. Gli edifici lo sovrastavano, distorti e ricurvi su se stessi. La pietra e il cemento sembravano vivi, il vetro e il metallo si contorcevano, come tentacoli, per intrappolarlo.
Il suo grido si perse nel frastuono collettivo. Aiutatemi, sto male, aiutatemi, voglio uscire. Devo andare. Rischiava di diventare anche lui una cellula dei lunghi vermi metallici che strisciavano sulle strade, avanzavano lenti nelle viscere della città.
La città. Luogo di amori e di rancori, luogo di felicità e di mestizia, luogo di piacere e di dolore, luogo di moltitudini eppure di solitudine.
La città, che tutto divorava.
Era disperato. Non voleva morire così. Abbandonò l’auto dove si trovava, liberandosi dall’abbraccio mortale, incurante delle urla del mostro. Ed entrò in quell’edificio, rassicurante rifugio.

Entro, qui fuori è freddo. I brividi, li sento scorrere lungo il mio corpo: è la paura. Paura, tutta la mia vita è stata segnata dalla paura: paura di essere inadeguato, impacciato, di essere deriso, paura di mostrarmi, dei rapporti con gli altri. Sono arrivato. Non posso evitare questo viaggio, non voglio rimandarlo. La morte non può aspettare.

Notte. Una sottile pioggia avvolgeva la nera figura, tanto sottile che la sfiorava e quasi non la bagnava. Un rivolo d’acqua scorreva lungo la tesa del suo cappello e si infrangeva in una pozzanghera. I lampioni lungo la strada parevano pallidi fantasmi avvolti nella nebbia; la pioggia annullava ogni cosa, si udivano solo pochi rumori lontani, attutiti. La notte era il suo unico momento di conforto della giornata, l’unica cosa che gli faceva sopportare quell’orribile posto: accettando il trasferimento, non avrebbe immaginato di precipitare in un tale squallore. Aveva dovuto accettare. La crisi colpiva ovunque. Non poteva permettersi di scegliere. Nel suo lavoro non esisteva cassa integrazione, solo ferie perpetue. A volte non resisteva, ma, almeno, i clienti non mancavano e presto sarebbe arrivata la promozione e, con essa, il trasferimento.
Improvvisamente i rumori cambiarono: si sentivano urla concitate. Che cosa stava succedendo? Una rapina? Uno stupro? Un omicidio? Si precipitò in direzione di un drappello di persone che guardava verso il tetto di un fatiscente edificio. Alzò lo sguardo e intravide un’ombra indistinta sul cornicione, confusa tra due statue.
“E’ lassù!”
“Lo sto vedendo!”
“Ma chi è?”
“E’ matto!”
“Ma che si butti!”
“Ogni giorno uno nuovo!“
Incurante delle grida isteriche della gente, egli concentrò il suo sguardo su quella immagine. Riusciva a carpire solo qualche parola.
“... Via! Lasciatemi solo!“
Una voce cercava di emergere dalla cacofonia isterica della folla.
“Figliolo, ascoltami. Scendi da lì. O almeno lascia che salga io a parlarti. Ricordati che il suicidio è un peccato mortale!”
La risposta si perse nel frastuono irritante della gente. Il prete cercò nuovamente di far sentire la sua voce, ma non lo lasciarono parlare.
“Hanno perso di vista tutti i valori!”
“Vogliono sempre di più!”
“Ai miei tempi bastavano due schiaffoni!”
“Lasci che bruci all’inferno, Padre!”
“Silenzio!” la voce del prete risuonò decisa “Che cosa vi ha insegnato il Signore? E’ una pecorella che ha smarrito la strada, bisogna aiutarla!”
Un uomo magro, folti capelli ricci, avvolto in un elegante impermeabile, sorrise sarcastico, scuotendo la testa.
“Già. Siamo tutti una bella massa di pecore, e quello… Che pena!”
Una anziana signora pregava in ginocchio, con le mani sul volto: bisbigliava parole incomprensibili e ogni tanto rivolgeva lo sguardo verso l’alto.
“… Deciso!… Fare più niente!”
Le parole giungevano dall’alto indistinte, ma chiare nel loro drammatico significato.
“Come vede, Padre, non è questo il modo migliore per dissuaderlo!” ringhiò sprezzante l’uomo magro, girando la testa di lato.
Il prete rivolse verso l’alto un crocifisso mormorando una preghiera.
“… Anche se non lo meriteresti…”
“Oh Dio mio, ma chi è quel povero ragazzo? Qualcuno di voi lo conosce?” strillò una tozza signora, stringendo al petto la borsetta “Per l’amor del cielo, Padre, bisogna fare qualcosa. Lo convinca, la prego! Lei sa chi è quel ragazzo? Ma come si chiama?”
L’anziana signora in ginocchio, alzò le mani verso la figura sul tetto.
“Mi sembra… Sì, è lui… E’ il figlio di.… Si chiama… Mi pare… Povero disgraziato, certo con quella famiglia...”
“Ma no, non è lui. E' quel drogato che avevano arrestato... Ragazzo, ascolta! Perché vuoi farlo? Smettila con quella porcheria e trova un lavoro. Alla tua età...” urlò la tozza signora.
“Andate via! Lasciatemi in pace! Voglio morire!”
L’ultima frase risuonò limpida nella scura notte.
“Lasci stare.” disse il prete rivolto alla signora “Preghi per la sua anima piuttosto.”
“Sì, buona idea. Un altro parassita della società. Siamo soli al mondo. Che ognuno se la sbrighi da sé.” sibilò l’uomo magro dietro di loro “Prega, prega… Che bel quadretto commovente: siamo proprio una massa di pecore…”
“Proprio così, signore, proprio così. E Dio è il nostro pastore.” gli rispose stizzito il prete girandosi verso di lui. l'uomo lo guardò torvo.
La nera figura era rimasta in disparte durante tutta la sterile discussione. Era disgustato da quello che aveva appena ascoltato. Doveva fare qualcosa! Lasciò la folla urlante e si precipitò sul retro del palazzo. Trovata una porta, si infilò. Fu fortunato: conduceva direttamente ad una rampa di scale. In pochi minuti fu sul tetto, a qualche metro dal cornicione. Ora sentiva distintamente le urla.
“Cosa avete da guardare, sciacalli? Voglio solo essere lasciato in pace!“
La folla di sotto rumoreggiava, si sentivano urla e imprecazioni, lontano una sirena lanciava il suo lamento.
“Non m’importa, ormai ho deciso! Devo vincere le mie paure, voi non mi fate più paura! Un uomo deve avere il diritto…“
Si accorse della sua presenza. Era giovanissimo, portava gli occhiali, un viso da bambino, non più di vent’anni. Sconvolto, gli lanciò uno sguardo allucinato e dopo alcuni secondi riuscì a balbettare qualcosa.
“Ch-chi sei?! Co-come sei arrivato fin quassù? Vattene, non mi serve il tuo aiuto, voglio solo morire in pace!“
A quel punto, sfoderò tutto il suo mestiere.
“Nessuno vuole aiutarti. Siamo soli al mondo e ognuno se la deve sbrigare da sé. Ma guarda la folla là in basso, non vedono l’ora di assistere al tuo volo. Non sanno nemmeno chi sei, per loro sono tutti uguali. hanno bisogno di te per sentirsi meglio, qualcuno che sia peggiore di loro. Non sei mai stato nessuno, ma domani tutti parleranno di te!“
“Già! Finalmente qualcuno mi noterà... Forse…”
“Puoi avere il tuo attimo di gloria, l’occasione che aspetti da una vita.“
Non riuscì a finire la frase. Si sentirono delle urla, poi un tonfo sordo. Poi ancora urla, sirene spiegate e passi concitati. Il prete recitava una supplica: la nera figura sorrise. Troppo tardi, pensò. Un’altra anima dannata che brucerà all’inferno. Il tempo del giudizio si avvicinava. Il mondo stava andando in cancrena e lui non faceva altro che amputarne le parti infette. Il lavoro era tanto. In fondo procurava parecchie anime al demonio. La promozione si avvicinava. Lo attendeva un ufficio da dirigente nella sede centrale, comodo, caldo. Infernale.
Di sotto un crocchio di persone stava chino sul cadavere del suicida. Il prete si faceva il segno della croce.
“Lo dico sempre io: tutti così finiscono, se non si ravvedono in tempo!”
La nera figura li guardò passandogli accanto e un sorriso gli illuminò l’ombroso volto. Si fermò di fianco al prete, che lo fissò senza avere il coraggio di domandargli nulla. Lui ricambiò lo sguardo e l'uomo si ritrasse spaventato. Altri clienti, pensò, e questo sarà uno dei migliori.

Ho dimenticato il momento in cui mi uccisi; i cattivi pensieri tendono sempre a disperdersi. Ricordo invece l’istante successivo, i volti che mi fissavano. Tanti, tantissimi, troppi: un’infinità. Mi fissavano con un’espressione indefinita, gli occhi immobili. Non capivo, osservavo questa moltitudine di volti, assisi come giganteschi macabri fiori su di un nero stelo, tutti rivolti verso di me.
Una sottile nenia, come un lamento, permeava l'atmosfera tutt’intorno. L’aria era tersa, sottile, il cielo bianco, asettico. Tonfi erano percepibili in lontananza. Mi feci largo in questo immenso campo di strana vegetazione, ma non mi azzardai a toccare nemmeno una di quelle strane inflorescenze. Il terreno ascendeva lentamente e senza punti di riferimento. Iniziai a seguire le pendenza.
Non saprei dirvi per quanto tempo camminai, ma i tonfi si facevano via via più distinti. Un’eternità più tardi i fiori si diradarono fino a scomparire del tutto. I volti smisero di guardarmi. Un palo, enorme, altissimo, si ergeva al centro di uno spoglio spiazzo. Due pallide e nere figure mi fissavano; una trasognata, l’altra severa, uno impugnando un affilato stiletto e l'altro una falce.
Un tonfo assordante mi distolse da quell’immagine: ai miei piedi giaceva, orribilmente martoriato, un corpo, umano. Qualcosa di strano, in esso, mi turbava vagamente, ma non riuscivo a mettere a fuoco i pensieri. Anche in me sentivo qualcosa di strano. Razionalmente sarei dovuto essere angosciato dalla situazione, sarei dovuto fuggire ma irrazionalmente non provavo alcuna emozione, nessun sentimento, ero come assente.
Il corpo si mosse con un sinistro cigolio, e una catena legata al palo chissà dove, lo riportò in piedi e lo sollevò in alto, sempre più in alto finchè non fu che un puntino e scomparve. Fu allora che finalmente capii cosa non andava in quel corpo: non aveva testa.
I ricordi si fanno ora più confusi. Rammento solo i due sinistri figuri che si avvicinano, si avvicinano...
Adesso mi trovo qui, con la mia povera testa separata dal corpo, mi trovo a immaginare attraverso il dolore ciò che sta succedendo, a guardare, con un misto di compassione e invidia, i nuovi arrivati, ancora inconsapevoli, senza poter urlare loro “ lasciate ogni speranza o voi che entrate! “
Quella figura vestita di nero invece stava urlando. Ormai da ore ripeteva lo stesso ritornello. Credo che anche questo faccia parte del supplizio.

"E quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto Vivente che diceva: “Vieni!”. E subito vidi apparire un cavallo verdastro, e colui che vi stava sopra aveva nome la Morte e l’Inferno lo seguiva.
E subito dal cavallo nacque un asino, sopra il quale c’era un quinto cavaliere, piccolo e tozzo, dalla grande testa e il suo nome era Ignoranza e gli fu dato il potere di togliere la saggezza dalla terra e di far sì che gli uomini non si capissero più fra di loro e gli fu consegnato un sacco pieno di televisori e cuffie audio e video e occhiali multicolori e vestiti firmati e lettori DVD dolby surround e cellulari ultrapiatti e SMS e chatline e talk show e concerti di beneficenza e trasmissioni di approfondimento e commissioni d’inchiesta e direttive e congressi e consigli per gli acquisti e sconti e svendite e diete mirate e telequiz e qualcuno deve pagare e tuttologi e telepredicatori e reality show e gioielli e sfilate e creme miracolose e maghi e guaritori e il pubblico ha diritto di sapere e bombe intelligenti e pacchi bomba e cinture esplosive e prevenzioni e censure e veline svelate e missioni umanitarie e cibo in abbondanza e auto enormi e vere democrazie e contratti vantaggiosi e indici telematici e costo del denaro e inflazione programmata e devolution e decreti legge ed è tutta colpa degli altri e collegamenti dal nostro inviato e prime pagine e controllo dei programmi ed è giusto parlare di certe cose ed è giusto vedere certe cose e atti patriottici e condoni e blocco della circolazione e partenze intelligenti e ipermercati e calendari e guerre preventive e guerre per la libertà duratura e superenalotto e processi sportivi e teatrini televisivi e guardate che immagini strazianti ed ora vediamo un servizio sui regali di natale e autostrade intasate e sorrisi di convenienza e strette di mano e accordi bilaterali e condoni fiscali in modo che gli uomini non avessero più bisogno di usare i propri sensi. E a lui fu data autorità su tutto quanto rimaneva della terra, per governare dove la carestia, la peste, la spada e la morte non avevano ancora colpito. E gli uomini soggiacquero al suo giogo.
E questo cavaliere ebbe sedici figli. I loro nomi erano Ottusità, Prepotenza, Arroganza, Presunzione, Vanagloria, Ostentazione, Tracotanza, Superbia, Fatuità, Arrivismo, Qualunquismo, Cinismo, Indifferenza, Egoismo, Edonismo e Potere.
E di nuovo si spartirono quanto rimaneva della terra."

"Coraggio figliolo, svegliati, apri gli occhi..."
C'era ancora una figura vestita di nero, ora chinata su di lui, la sua mano sulla sua testa. E c'erano anche altri volti, che lo fissavano, alcuni scuotevano la testa e parlavano, parlavano, ridevano di lui, lo compiangevano. Quanto tempo era passato? Il suo corpo era ancora lì, ben saldo sotto la testa.
"Povero ragazzo..."
"Ma quale povero. E' un idiota. Finito su un tendone. Nemmeno capace..."
"E' stata la mano di Dio..."
"Fate passare..."
"Scusi è per la TV... Qualcuno lo conosceva, sapete perché..."
L'uomo in nero se ne era andato, ma quella voce risuonava ancora nella sua mente. Forse era stato il colpo, lo shock, lo stato di confusione, la folla che premeva.
"Questo è l'inferno ragazzo, quello di prima era uno scherzo. Io una possibilità te l'avevo data."

Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?».
"Figliolo, questa è la sacra bibbia, ti sia di conforto..."
Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».
"Piangi figliolo, piangi. Ti farà bene, Dio è con te e questo è il suo verbo. Stringi il sacro testo, sforzati, Dio è con te!""
"Riprendi tutto, presto!"
"Fate passare ho detto, lasciatelo respirare."
Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. E l'Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l'ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all'Agnello, avendo ciascuno un'arpa e coppe d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.
"Si tolga padre e ci faccia fare il nostro lavoro. Si riprenda la Bibbia, non gli faccia fare sforzi. Per favore si allontani."
"Preghiamo fratelli. Ringraziamo Dio per il miracolo compiuto, per la pecorella ritrovata. Intoniamo il Salmo..."
Cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra».

Enrico Solmi

lunedì 21 dicembre 2009

7 dicembre 2004 ore 18:30. Il cuore continuava a battere, ma lei non era più. Stringo la sua mano, fredda, nulla...

domenica 20 dicembre 2009

Avete fatto di me cibo per vermi! La peste, la peste sulle vostre famiglie! C'è da riflettere sullo stato della natura umana... Chi vuol capire capisca...

Chi cade, si deve rialzare da solo. Se le gambe non sono robuste, non lo reggono, verrà lasciato lì, e pian piano il tempo lo seppellirà...

Passeranno anche questi ultimi giorni, giorni che passano nella nostra vita e che non ritroveremo più.

Tante altre cose vorrei scriverti, i viaggi e i posti visti, le persone incontrate, ma è impossibile.

Una cosa stupenda, come si vede al cinema. Tante altre cose vorrei scriverti, e prima di tutto vorrei tanto averti qui con me.

Bruno Solmi San Francisco 1967

Dicono che il dolore che il dolore renda migliori. A me il dolore pare solo dolore, l'annegare in un limbo di solitudine, che isola, forse a protezione, dal mondo. Credo si viva meglio senza dolore, perche' con il dolore non si vive, e' un fardello da portare in solitudine.

Il silenzio. Questo ricordo con chiarezza. Il silenzio della morte, la mancanza dei suoni, che per tutto il giorno mi avevano accompagnato.

Sto aprendo gli archivi del periodo più buio della mia vita, esattamente cinque anni fa. E stanno uscendo cose interessanti, viste da un punto di vista diverso... Il dolore e il silenzio... Sono legati a due avvenimenti che mi hanno portato a una riflessione sulla vita e su chi ti circonda... Chissà se ha portato a qualcosa tutto ciò? Alle prossime puntate...

venerdì 18 dicembre 2009

Sto aprendo gli archivi del periodo più buio della mia vita, esattamente cinque anni fa. E stanno uscendo cose interessanti, viste da un punto di vista diverso... Il dolore e il silenzio... Sono legati a due avvenimenti che mi hanno portato a una riflessione sulla vita e su chi ti circonda... Chissà se ha portato a qualcosa tutto ciò? Alle prossime puntate...

mercoledì 16 dicembre 2009

Il freddo dell'anima

Fuori c'era un freddo che gelava le ossa e che rendeva tutto statico e sospeso. Pareva che un uomo di neve si divertisse a schiaffeggiarmi con le sue mani mani irte di piccoli aculei di ghiaccio. Cercavo di pensare, di far uscire qualche emozione, ma nulla pareva superare l'impenetrabile coltre di gelo che avvolgeva il mio corpo, il mio cuore, la mia anima.


mercoledì 9 dicembre 2009

Il quinto cavaliere (a proposito del 2012)

E quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto Vivente che diceva: “Vieni!”. E subito vidi apparire un cavallo verdastro, e colui che vi stava sopra aveva nome la Morte e l’Inferno lo seguiva.

E subito dal cavallo nacque un asino, sopra il quale c’era un quinto cavaliere, piccolo e tozzo, dalla grande testa e il suo nome era Ignoranza e gli fu dato il potere di togliere la saggezza dalla terra e di far sì che gli uomini non si capissero più fra di loro e gli fu consegnato un sacco pieno di televisori e cuffie audio e video e occhiali multicolori e vestiti firmati e lettori DVD dolby surround e cellulari ultrapiatti e SMS e chatline e talk show e concerti di beneficenza e trasmissioni di approfondimento e commissioni d’inchiesta e direttive e congressi e consigli per gli acquisti e sconti e svendite e diete mirate e telequiz e qualcuno deve pagare e tuttologi e telepredicatori e reality show e gioielli e sfilate e creme miracolose e maghi e guaritori e il pubblico ha diritto di sapere e bombe intelligenti e pacchi bomba e cinture esplosive e prevenzioni e censure e veline svelate e missioni umanitarie e cibo in abbondanza e auto enormi e vere democrazie e contratti vantaggiosi e indici telematici e costo del denaro e inflazione programmata e devolution e decreti legge ed è tutta colpa degli altri e collegamenti dal nostro inviato e prime pagine e controllo dei programmi ed è giusto parlare di certe cose ed è giusto vedere certe cose e atti patriottici e condoni e blocco della circolazione e partenze intelligenti e ipermercati e calendari e guerre preventive e guerre per la libertà duratura e superenalotto e processi sportivi e teatrini televisivi e guardate che immagini strazianti ed ora vediamo un servizio sui regali di natale e autostrade intasate e sorrisi di convenienza e strette di mano e accordi bilaterali in modo che gli uomini non avessero più bisogno di usare i propri sensi. E a lui fu data autorità su tutto quanto rimaneva della terra, per governare dove la carestia, la peste, la spada e la morte non avevano ancora colpito. E gli uomini soggiacquero al suo giogo.

E questo cavaliere ebbe sedici figli. I loro nomi erano Ottusità, Prepotenza, Arroganza, Presunzione, Vanagloria, Ostentazione, Tracotanza, Superbia, Fatuità, Arrivismo, Qualunquismo, Cinismo, Indifferenza, Egoismo, Edonismo e Potere.

E di nuovo si spartirono quanto rimaneva della terra.


martedì 8 dicembre 2009

Macello Privè, nuovo romanzo, incipit

Cap.1

L’Appartamento




“Senta, guardi che per questo basta l’autocertificazione, non c’è bisogno di richiedere il documento.”

“Ah sì, io pensavo che…”

“No, no. Basta che lei inserisca gli estremi. E’ un suo diritto poter usufruire dell’autocertificazione.”

“Sì, ma io non ricordo esattamente gli estremi. E poi visto che sono qui…”

Armido iniziava a spazientirsi. Era venuto apposta allo sportello e ora gli stavano dicendo che era inutile. L’impiegato continuò inflessibile a insistere.

“Le ho già spiegato che questo è un suo diritto. Ormai per queste cose non facciamo più certificati: basta una sua dichiarazione.”

Armido s’innervosì. Tra l’altro stava accumulando parecchio ritardo. C'era quel lavoretto da portare a termine. Doveva ottenere quei certificati, decise.

“Io non ricordo gli estremi! E quali poi? Non so nemmeno quali, per questo voglio il certificato!”

“Questo è affar suo! Adesso esiste l’autocertificazione e si deve arrangiare!”

“Insomma, è un mio diritto, non un mio dovere. E’ suo dovere, invece, farmi questo certificato!”

Armido era arrabbiato. Iniziò ad alzare la voce. L’impiegato diventò paonazzo.

“E’ mio dovere ricordarle che lei può utilizzare l’autocertificazione. Se lei non lo fa, io vado nelle grane, perché l’ho costretta allo sportello a fare certificati ormai inutili: la legge parla chiaro!”

Armido esplose.

“Mi faccia questo certificato. Vuole che le sottoscriva un foglio dove dichiaro che lei mi ha ricordato i miei diritti? L’ho sentito, non sono mica sordo! Un po’ forse, ma non del tutto: le mele mi mantengono, contengono vitamine. E poi le ho già ripetuto che non mi ricordo gli estremi: mi dica lei come faccio ad autocertificarmi?”

L’impiegato si aggiustò la cravatta e rispose impassibile:

“Per avere gli estremi, deve fare domanda in carta da bollo.”

Armido uscì dall'ufficio imprecando a voce alta. Era irritato, anzi diciamo pure arrabbiato, incazzato, incazzatissimo. Eppure la giornata non era cominciata male: finalmente l’Agenzia gli aveva trovato un incarico. Anche se ormai in pensione da anni, accettava questi lavoretti per due motivi: uno, la noia; due, i soldi. Con la pensione da poliziotto non c’era molto da stare tranquilli! Poi sentiva il dovere di essere utile alla società, in tempi immorali come quelli odierni.

Così, la mattina si era alzato di buon umore: Natale si avvicinava e lui doveva trovare i soldi per i regali a figli e nipoti. Certo continuavano a dire papà, non c’è bisogno di nulla, ma possedeva ancora un po’ d’orgoglio e non voleva sentirsi un povero vecchio.

Purtroppo aveva sbagliato autobus e si era ritrovato dall’altra parte della città. Dopo più di un’ora di attesa ne aveva preso un altro, ma l’autista lo aveva fatto scendere alla fermata sbagliata. Lì aveva incrociato un gruppo di teppisti che avevano iniziato a canzonarlo, facendogli perdere altro tempo. maledetti ragazzini, con le loro felpe, gli occhiali e le cuffie. Anche suo nipote vestiva così purtroppo. Gioventù ingrata. Così, tra un altro autobus perso e un’altra fermata sbagliata, aveva finito con il perdere tutta la giornata. Poi si era ricordato del certificato e aveva dovuto tornare all'anagrafe. Che tempi: cartelli incomprensibili, autisti sgarbati. C’era proprio bisogno di una bella azione moralizzatrice. Il suo era un nobile scopo.

Alla fine aveva preso un taxi, speso un sacco di soldi ma, giunto a destinazione, doveva semplicemente eseguire la consegna e incassare, il solito lavoretto semplice, giusto per un pensionato come lui. Sapeva che l’Agenzia, pur rispettandolo, gli affidava solo lavori facili, in quanto ormai un po’ anziano, ma non gli interessava. Bastava lo pagassero!

Armido inforcò gli occhiali e controllò una, due, tre volte il nome della via, il numero e la descrizione della casa: la prudenza non era mai troppa. La descrizione della casa corrispondeva: un’elegante palazzina, circondata da un cortile ben curato, con un vialetto illuminato che portava all’ingresso. Era ormai sera e Armido iniziava a sentire la stanchezza di tutto un giorno passato fuori casa, quindi, senza esitare, si incamminò lungo il vialetto ed entrò.

La signora Russo faceva la portinaia in quel palazzo da tre anni, cioè da quando lo avevano costruito. All’inizio aveva sperato in un ambiente signorile, distinto, ma presto tutte le sue speranze andarono in frantumi: certo, gente ricca ne passava, ma in quanto a classe, neanche a parlarne. Venivano tutti, con i loro vestiti costosi e le loro auto di lusso, a incontrare le donnacce che abitavano lì. C’erano addirittura un paio di uomini che si travestivano: il solo pensarci a volte la faceva rabbrividire. Ciao zia la salutavano, tutte agghindate come quello che appunto erano: puttane. Accompagnatrici si facevano chiamare, ma sempre puttane rimanevano, anche se d’alto bordo. Per questo non si era mai sposata, tanto gli uomini, per soddisfare le loro voglie, se ne andavano da quelle. Meglio evitare questi dispiaceri. L’unica preoccupazione che la tormentava, era che potesse succedere qualche fatto di sangue, come quelli che leggeva sempre sulle sue riviste, anche se quasi ci sperava: magari l’avrebbero intervistata. L'unica consolazione era poter parlare al telefono con al sua amica Silvana, tutto il tempo che voleva. Il conto lo pagava l'amministratore.

Mentre stava per comporre il numero di Silvana, non si accorse dell’anziano distinto signore entrato nell’atrio. Lo notò solo quando fu a pochi passi da lei. Ebbe un sussulto, ma la sorpresa si mutò presto in meraviglia. Di solito nel condominio circolavano ben altri soggetti. Questo invece sembrava un nobile, con un portamento fiero ed elegante. I capelli erano folti, bianchissimi ed accuratamente pettinati; riflettevano la luce formando una sorta di aureola. Due grossi baffi dal sapore antico spuntavano sopra la bocca sottile. Sotto la giacca indossava un maglione a collo alto, che gli forniva un’aria altera.

La signora Russo, appoggiò il telefono, guardò la sua camicetta a fiori e, notando un bottone mancante, tentò di coprirsi. Il distinto signore le si fermò davanti e sfoggiò un largo sorriso.

“Buongiorno gentile signora.” disse.

Gentile signora! Ma quando mai si erano rivolti a lei in questa maniera? La signora Russo arrossì e tentò di parlare, ma le parole faticarono ad uscire.

“B-buongiorno, desidera?” balbettò.

“Ahimè, mia cara signora, quello che desidero da lei dovrei dirglielo in privato, ma per il momento mi accontenterò di una semplice informazione.” continuò Armido, sorridendo ad una signora Russo rimasta a bocca aperta ad ascoltarlo.



La Tv era accesa a volume molto alto. Scorrevano le immagini di Pulp Fiction. Pasticcino e Zucchina si stavano apprestando a compiere la rapina al ristorante.

Sono pronta. Facciamolo subito, qui, già che ci siamo. Ti amo zucchino

“Desidera? Desidera mi ha detto, quella vecchia troia! Roba da non credere! Da te sicuramente niente, grassona, le ho risposto. Non sono messo così male!”

Cruccio esplose in una sonora risata, compiaciuto con se stesso.

“Credevo che mi vomitasse in faccia.” continuò Cruccio “Era diventata tutta rossa, con quella faccia da culo la sua lingua sembrava un grosso stronzo. Non so cosa mi ha risposto, ero troppo impegnato a ridere. Dio, credo di non avere mai riso tanto in vita mia.”

“E poi?” domandò Strina, curiosa.

“E poi mi sono rotto il cazzo. Le ho detto di non farmi girare troppo le palle e di darmi le chiavi dell’appartamento che l’affitto era già stato pagato. Penso che lo stronzo a quel punto le si sia strozzato in gola!”

Cruccio sogghignò.

“E mi sono pure stufato di raccontare questa storia. Ma dove cazzo è quel merdoso corriere di Sciacca? Ho bisogno di altre dosi!”

Strina si rabbuiò. Lo stava guardando, seduta sul letto, con quel visino da topo e l’espressione ansiosa, che era poi la sua espressione abituale. Distolse subito lo sguardo quando incrociò gli occhi saettanti di lui. Non riusciva a sopportare le sue occhiate e Cruccio lo sapeva: lo faceva quando non la voleva tra i piedi. Cruccio era fatto così, perennemente nevrotico, come se qualcosa lo tormentasse in continuazione: da qui il soprannome. Però sapeva anche essere protettivo. Con lei lo era stato, quando si era trovava nei guai, grossi guai. E le procurava le dosi. E le dava di che vivere.

“Cazzo hai da guardare! Vaffanculo, pensa piuttosto a quello stronzo sul letto: quanta roba gli hai dato? Non vorrai mica che crepi?”

Strina girò gli occhi verso il loro ospite. Stava disteso sul letto con gli occhi socchiusi, in preda ad un’estasi mistica. Lei lo guardò meglio. Era piuttosto brutto a vedersi, lungo, magro e con quelle braccia che pareva volessero toccare i piedi tanto si estendevano. Certo aveva scopato con uomini ben peggiori e questo oltretutto era vergine, faceva quasi tenerezza. No, non gli aveva dato troppa roba. Giusto quel tanto necessario per...

Un leggero bussare alla porta la distolse dai suoi pensieri. Tre colpi leggeri, poi un colpo di tosse e altri tre colpi leggeri.

“Finalmente quel cazzone è arrivato: era ora!”

Cruccio aprì la porta senza nemmeno preoccuparsi di controllare.

“Allora, Sciacca, non ti sei dimenticato di me!”

Non riuscì a dire altro. Un terzo occhio gli si aprì improvvisamente in fronte, mettendo fine a tutte le sue preoccupazioni.



Armido entrò nella stanza scavalcando il corpo del suo primo obiettivo. Mentre lo superava, gli sparò un secondo colpo, stavolta al cuore, per essere sicuro di avere portato a termine il lavoro. Fece qualche passo, quindi controllò la situazione: era molto professionale lui, non il povero vecchio che credevano.

Quello che aveva appena ucciso doveva essere Cruccio. La descrizione corrispondeva: pantaloni di pelle, stivali a punta, una grande A cerchiata tatuata sul petto nudo, un grosso anello al naso. E una faccia da idiota, aggiunse Armido: pareva suo nipote, peccato non poter riservare anche a quello lo stesso trattamento. La ragazza che lo fissava terrorizzata appoggiata al letto era probabilmente l’altro suo obiettivo, quella che chiamavano Strina. Assomigliavano a quei drogati che aveva incontrato ieri al parco, ma tanto quelli erano tutti uguali. Aveva una faccia che pareva il criceto di quella strega di sua nuora; la bocca le si muoveva su e giù in maniera inconsulta senza che uscisse nessun suono, mettendo in evidenza i denti sporgenti. Erano pure neri: nessuna igiene orale, pensò Armido. Certo lei non andava dal suo dentista rompiballe. Era completamente nuda, tranne due calze a rete sbrindellate autoreggenti e degli stivali in pelle con la zeppa. Armido distolse lo sguardo, un po’ per pudore (poteva essere sua nipote), un po’ perché lo spettacolo era penoso: la ragazza pareva non mangiasse da giorni tanto le si vedevano le ossa; i capelli erano sporchi e appiccicati al viso, il trucco pesante non nascondeva la pelle butterata: una parodia di una puttana, che per Armido era una parodia di donna: aveva una moralità ben salda lui.

Lo smarrimento durò solo un attimo, poi la professionalità riprese il sopravvento. Si avvicinò al letto per finire il lavoro ma si fermò immediatamente. C’era qualcuno, nudo e legato con delle manette alla spalliera: un uomo magro con la faccia da scimmia, forse drogato. Non avrebbe dovuto esserci nessun altro, ma lui era in ritardo di ore: maledetti impiegati comunali e maledetti autobus! La testa sembrava spuntasse direttamente dal tronco e le braccia erano sproporzionate al resto del corpo. Un vero e proprio babbuino, o un mandrillo, vista la situazione. Lo fissava e sorrideva, mormorando frasi incomprensibili. Il viso era stranamente famigliare, ma in quelle condizioni Armido non riusciva a ricordarsi dove poteva averlo visto. In sottofondo stavano ora risuonando le parole di Jules.

E io colpirò con grande vendetta e furibonda collera coloro che mirano ad avvelenare e sterminare i miei fratelli. E saprai che io sono il Signore, quando stenderò la mano su di te.

“Chi è questo?” chiese nervosamente rivolto a Strina, puntandole contro la pistola.

“Io... Io... Non farmi del male... Cruccio... E’ stata una sua idea... Io faccio solo quello che vogliono... Faccio quello che vuoi... Io...”

“Senti, brutta...”

No, la violenza non serviva a nulla contro questa poveretta, che oltretutto gli faceva anche un po’ pena. E non rientrava nel suo stile. Sua nuora si comportava così con il figlio e non otteneva nulla. Lui invece lo prendeva con le buone e poi lo colpiva alle spalle, quello stupido.

“Senti figliola, voglio dirti una cosa. Hai la stessa età di mio nipote e somigli pure a mia nuora e non voglio farti del male. Lui adesso…” puntando la pistola verso il corpo di Cruccio “…Non può più fartene, quindi perché non mi racconti chi è quel tipo sul letto?”

“Lui... Anche lui non c’entra... Ha preso un po’ di roba, ma credo fosse la prima volta, anche per scopare… Non lo aveva mai fatto. E' venuto subito, ma non c’entra.…”

“Buona. Stai calma e raccontami meglio tutto. Ma con calma.”

“Io... Sì... Io mi chiamo... Mi chiamano Strina…”

“Strina, lo so… Ma che razza di nome è, Strina?”

“Cristina, sono tanto abituata… Strina è il… Mi chiamano così da quando… Mi hanno bruciato le mani… E’ stato il mio protettore… Si vedono ancora i segni… Io…”

Strina tese le secche braccia verso Armido. Una serie di ematomi ne punteggiavano la pelle. Armido si ritrasse infastidito.

“Cruccio mi ha tolto da quella brutta storia, ma adesso voleva mettersi in proprio… A spacciare, intendo, e pensava di farmi nuovamente battere… In camera, però, stavolta e quello… Quello sul letto, dovevamo dargliene un po’ per convincerlo a comprarne ancora e io… Io dovevo essere l’esca per attirarlo… Ma lui è venuto subito e poi… Io avevo paura… Glielo avevo detto a Cruccio che non c’era da fidarsi di Sciacca e poi… Io non volevo battere… E poi…”

Strina cadde in ginocchio tremante. Ansimava e sudava. Armido ebbe un moto di pietà. In fondo si trattava di una vittima, da riabilitare certo, ma sempre una vittima. Ero stato quello stronzo lì per terra che l’aveva convinta. Era stato lui a cercare di fregare la droga. Quindi era solo lui da punire. In questo caso, il contratto l’aveva già portato a termine. Rimaneva il mandrillo sul letto. Quello era un problema, anche se, ridotto così, probabilmente non si sarebbe ricordato nulla. Certo, il contratto parlava di una coppia. Si trattava di un vero dilemma morale. In fondo lui non era un assassino, lui moralizzava, uccideva solo quelli che se lo meritavano…

Strina osservava terrorizzata quel vecchio con i baffi che le puntava contro la pistola. Sapeva che questa storia le avrebbe portato guai, glielo aveva detto a Cruccio: Locco lo avrebbe scoperto…

Le strinsi la mano. Era fredda. Bagnata. Rigida. Emanava un odore sgradevole. La pelle screpolata. Unghie ritorte.

"Passa la mano"

"Tieni, mettila in una busta. Io cerco il resto del corpo."