martedì 8 dicembre 2009

Macello Privè, nuovo romanzo, incipit

Cap.1

L’Appartamento




“Senta, guardi che per questo basta l’autocertificazione, non c’è bisogno di richiedere il documento.”

“Ah sì, io pensavo che…”

“No, no. Basta che lei inserisca gli estremi. E’ un suo diritto poter usufruire dell’autocertificazione.”

“Sì, ma io non ricordo esattamente gli estremi. E poi visto che sono qui…”

Armido iniziava a spazientirsi. Era venuto apposta allo sportello e ora gli stavano dicendo che era inutile. L’impiegato continuò inflessibile a insistere.

“Le ho già spiegato che questo è un suo diritto. Ormai per queste cose non facciamo più certificati: basta una sua dichiarazione.”

Armido s’innervosì. Tra l’altro stava accumulando parecchio ritardo. C'era quel lavoretto da portare a termine. Doveva ottenere quei certificati, decise.

“Io non ricordo gli estremi! E quali poi? Non so nemmeno quali, per questo voglio il certificato!”

“Questo è affar suo! Adesso esiste l’autocertificazione e si deve arrangiare!”

“Insomma, è un mio diritto, non un mio dovere. E’ suo dovere, invece, farmi questo certificato!”

Armido era arrabbiato. Iniziò ad alzare la voce. L’impiegato diventò paonazzo.

“E’ mio dovere ricordarle che lei può utilizzare l’autocertificazione. Se lei non lo fa, io vado nelle grane, perché l’ho costretta allo sportello a fare certificati ormai inutili: la legge parla chiaro!”

Armido esplose.

“Mi faccia questo certificato. Vuole che le sottoscriva un foglio dove dichiaro che lei mi ha ricordato i miei diritti? L’ho sentito, non sono mica sordo! Un po’ forse, ma non del tutto: le mele mi mantengono, contengono vitamine. E poi le ho già ripetuto che non mi ricordo gli estremi: mi dica lei come faccio ad autocertificarmi?”

L’impiegato si aggiustò la cravatta e rispose impassibile:

“Per avere gli estremi, deve fare domanda in carta da bollo.”

Armido uscì dall'ufficio imprecando a voce alta. Era irritato, anzi diciamo pure arrabbiato, incazzato, incazzatissimo. Eppure la giornata non era cominciata male: finalmente l’Agenzia gli aveva trovato un incarico. Anche se ormai in pensione da anni, accettava questi lavoretti per due motivi: uno, la noia; due, i soldi. Con la pensione da poliziotto non c’era molto da stare tranquilli! Poi sentiva il dovere di essere utile alla società, in tempi immorali come quelli odierni.

Così, la mattina si era alzato di buon umore: Natale si avvicinava e lui doveva trovare i soldi per i regali a figli e nipoti. Certo continuavano a dire papà, non c’è bisogno di nulla, ma possedeva ancora un po’ d’orgoglio e non voleva sentirsi un povero vecchio.

Purtroppo aveva sbagliato autobus e si era ritrovato dall’altra parte della città. Dopo più di un’ora di attesa ne aveva preso un altro, ma l’autista lo aveva fatto scendere alla fermata sbagliata. Lì aveva incrociato un gruppo di teppisti che avevano iniziato a canzonarlo, facendogli perdere altro tempo. maledetti ragazzini, con le loro felpe, gli occhiali e le cuffie. Anche suo nipote vestiva così purtroppo. Gioventù ingrata. Così, tra un altro autobus perso e un’altra fermata sbagliata, aveva finito con il perdere tutta la giornata. Poi si era ricordato del certificato e aveva dovuto tornare all'anagrafe. Che tempi: cartelli incomprensibili, autisti sgarbati. C’era proprio bisogno di una bella azione moralizzatrice. Il suo era un nobile scopo.

Alla fine aveva preso un taxi, speso un sacco di soldi ma, giunto a destinazione, doveva semplicemente eseguire la consegna e incassare, il solito lavoretto semplice, giusto per un pensionato come lui. Sapeva che l’Agenzia, pur rispettandolo, gli affidava solo lavori facili, in quanto ormai un po’ anziano, ma non gli interessava. Bastava lo pagassero!

Armido inforcò gli occhiali e controllò una, due, tre volte il nome della via, il numero e la descrizione della casa: la prudenza non era mai troppa. La descrizione della casa corrispondeva: un’elegante palazzina, circondata da un cortile ben curato, con un vialetto illuminato che portava all’ingresso. Era ormai sera e Armido iniziava a sentire la stanchezza di tutto un giorno passato fuori casa, quindi, senza esitare, si incamminò lungo il vialetto ed entrò.

La signora Russo faceva la portinaia in quel palazzo da tre anni, cioè da quando lo avevano costruito. All’inizio aveva sperato in un ambiente signorile, distinto, ma presto tutte le sue speranze andarono in frantumi: certo, gente ricca ne passava, ma in quanto a classe, neanche a parlarne. Venivano tutti, con i loro vestiti costosi e le loro auto di lusso, a incontrare le donnacce che abitavano lì. C’erano addirittura un paio di uomini che si travestivano: il solo pensarci a volte la faceva rabbrividire. Ciao zia la salutavano, tutte agghindate come quello che appunto erano: puttane. Accompagnatrici si facevano chiamare, ma sempre puttane rimanevano, anche se d’alto bordo. Per questo non si era mai sposata, tanto gli uomini, per soddisfare le loro voglie, se ne andavano da quelle. Meglio evitare questi dispiaceri. L’unica preoccupazione che la tormentava, era che potesse succedere qualche fatto di sangue, come quelli che leggeva sempre sulle sue riviste, anche se quasi ci sperava: magari l’avrebbero intervistata. L'unica consolazione era poter parlare al telefono con al sua amica Silvana, tutto il tempo che voleva. Il conto lo pagava l'amministratore.

Mentre stava per comporre il numero di Silvana, non si accorse dell’anziano distinto signore entrato nell’atrio. Lo notò solo quando fu a pochi passi da lei. Ebbe un sussulto, ma la sorpresa si mutò presto in meraviglia. Di solito nel condominio circolavano ben altri soggetti. Questo invece sembrava un nobile, con un portamento fiero ed elegante. I capelli erano folti, bianchissimi ed accuratamente pettinati; riflettevano la luce formando una sorta di aureola. Due grossi baffi dal sapore antico spuntavano sopra la bocca sottile. Sotto la giacca indossava un maglione a collo alto, che gli forniva un’aria altera.

La signora Russo, appoggiò il telefono, guardò la sua camicetta a fiori e, notando un bottone mancante, tentò di coprirsi. Il distinto signore le si fermò davanti e sfoggiò un largo sorriso.

“Buongiorno gentile signora.” disse.

Gentile signora! Ma quando mai si erano rivolti a lei in questa maniera? La signora Russo arrossì e tentò di parlare, ma le parole faticarono ad uscire.

“B-buongiorno, desidera?” balbettò.

“Ahimè, mia cara signora, quello che desidero da lei dovrei dirglielo in privato, ma per il momento mi accontenterò di una semplice informazione.” continuò Armido, sorridendo ad una signora Russo rimasta a bocca aperta ad ascoltarlo.



La Tv era accesa a volume molto alto. Scorrevano le immagini di Pulp Fiction. Pasticcino e Zucchina si stavano apprestando a compiere la rapina al ristorante.

Sono pronta. Facciamolo subito, qui, già che ci siamo. Ti amo zucchino

“Desidera? Desidera mi ha detto, quella vecchia troia! Roba da non credere! Da te sicuramente niente, grassona, le ho risposto. Non sono messo così male!”

Cruccio esplose in una sonora risata, compiaciuto con se stesso.

“Credevo che mi vomitasse in faccia.” continuò Cruccio “Era diventata tutta rossa, con quella faccia da culo la sua lingua sembrava un grosso stronzo. Non so cosa mi ha risposto, ero troppo impegnato a ridere. Dio, credo di non avere mai riso tanto in vita mia.”

“E poi?” domandò Strina, curiosa.

“E poi mi sono rotto il cazzo. Le ho detto di non farmi girare troppo le palle e di darmi le chiavi dell’appartamento che l’affitto era già stato pagato. Penso che lo stronzo a quel punto le si sia strozzato in gola!”

Cruccio sogghignò.

“E mi sono pure stufato di raccontare questa storia. Ma dove cazzo è quel merdoso corriere di Sciacca? Ho bisogno di altre dosi!”

Strina si rabbuiò. Lo stava guardando, seduta sul letto, con quel visino da topo e l’espressione ansiosa, che era poi la sua espressione abituale. Distolse subito lo sguardo quando incrociò gli occhi saettanti di lui. Non riusciva a sopportare le sue occhiate e Cruccio lo sapeva: lo faceva quando non la voleva tra i piedi. Cruccio era fatto così, perennemente nevrotico, come se qualcosa lo tormentasse in continuazione: da qui il soprannome. Però sapeva anche essere protettivo. Con lei lo era stato, quando si era trovava nei guai, grossi guai. E le procurava le dosi. E le dava di che vivere.

“Cazzo hai da guardare! Vaffanculo, pensa piuttosto a quello stronzo sul letto: quanta roba gli hai dato? Non vorrai mica che crepi?”

Strina girò gli occhi verso il loro ospite. Stava disteso sul letto con gli occhi socchiusi, in preda ad un’estasi mistica. Lei lo guardò meglio. Era piuttosto brutto a vedersi, lungo, magro e con quelle braccia che pareva volessero toccare i piedi tanto si estendevano. Certo aveva scopato con uomini ben peggiori e questo oltretutto era vergine, faceva quasi tenerezza. No, non gli aveva dato troppa roba. Giusto quel tanto necessario per...

Un leggero bussare alla porta la distolse dai suoi pensieri. Tre colpi leggeri, poi un colpo di tosse e altri tre colpi leggeri.

“Finalmente quel cazzone è arrivato: era ora!”

Cruccio aprì la porta senza nemmeno preoccuparsi di controllare.

“Allora, Sciacca, non ti sei dimenticato di me!”

Non riuscì a dire altro. Un terzo occhio gli si aprì improvvisamente in fronte, mettendo fine a tutte le sue preoccupazioni.



Armido entrò nella stanza scavalcando il corpo del suo primo obiettivo. Mentre lo superava, gli sparò un secondo colpo, stavolta al cuore, per essere sicuro di avere portato a termine il lavoro. Fece qualche passo, quindi controllò la situazione: era molto professionale lui, non il povero vecchio che credevano.

Quello che aveva appena ucciso doveva essere Cruccio. La descrizione corrispondeva: pantaloni di pelle, stivali a punta, una grande A cerchiata tatuata sul petto nudo, un grosso anello al naso. E una faccia da idiota, aggiunse Armido: pareva suo nipote, peccato non poter riservare anche a quello lo stesso trattamento. La ragazza che lo fissava terrorizzata appoggiata al letto era probabilmente l’altro suo obiettivo, quella che chiamavano Strina. Assomigliavano a quei drogati che aveva incontrato ieri al parco, ma tanto quelli erano tutti uguali. Aveva una faccia che pareva il criceto di quella strega di sua nuora; la bocca le si muoveva su e giù in maniera inconsulta senza che uscisse nessun suono, mettendo in evidenza i denti sporgenti. Erano pure neri: nessuna igiene orale, pensò Armido. Certo lei non andava dal suo dentista rompiballe. Era completamente nuda, tranne due calze a rete sbrindellate autoreggenti e degli stivali in pelle con la zeppa. Armido distolse lo sguardo, un po’ per pudore (poteva essere sua nipote), un po’ perché lo spettacolo era penoso: la ragazza pareva non mangiasse da giorni tanto le si vedevano le ossa; i capelli erano sporchi e appiccicati al viso, il trucco pesante non nascondeva la pelle butterata: una parodia di una puttana, che per Armido era una parodia di donna: aveva una moralità ben salda lui.

Lo smarrimento durò solo un attimo, poi la professionalità riprese il sopravvento. Si avvicinò al letto per finire il lavoro ma si fermò immediatamente. C’era qualcuno, nudo e legato con delle manette alla spalliera: un uomo magro con la faccia da scimmia, forse drogato. Non avrebbe dovuto esserci nessun altro, ma lui era in ritardo di ore: maledetti impiegati comunali e maledetti autobus! La testa sembrava spuntasse direttamente dal tronco e le braccia erano sproporzionate al resto del corpo. Un vero e proprio babbuino, o un mandrillo, vista la situazione. Lo fissava e sorrideva, mormorando frasi incomprensibili. Il viso era stranamente famigliare, ma in quelle condizioni Armido non riusciva a ricordarsi dove poteva averlo visto. In sottofondo stavano ora risuonando le parole di Jules.

E io colpirò con grande vendetta e furibonda collera coloro che mirano ad avvelenare e sterminare i miei fratelli. E saprai che io sono il Signore, quando stenderò la mano su di te.

“Chi è questo?” chiese nervosamente rivolto a Strina, puntandole contro la pistola.

“Io... Io... Non farmi del male... Cruccio... E’ stata una sua idea... Io faccio solo quello che vogliono... Faccio quello che vuoi... Io...”

“Senti, brutta...”

No, la violenza non serviva a nulla contro questa poveretta, che oltretutto gli faceva anche un po’ pena. E non rientrava nel suo stile. Sua nuora si comportava così con il figlio e non otteneva nulla. Lui invece lo prendeva con le buone e poi lo colpiva alle spalle, quello stupido.

“Senti figliola, voglio dirti una cosa. Hai la stessa età di mio nipote e somigli pure a mia nuora e non voglio farti del male. Lui adesso…” puntando la pistola verso il corpo di Cruccio “…Non può più fartene, quindi perché non mi racconti chi è quel tipo sul letto?”

“Lui... Anche lui non c’entra... Ha preso un po’ di roba, ma credo fosse la prima volta, anche per scopare… Non lo aveva mai fatto. E' venuto subito, ma non c’entra.…”

“Buona. Stai calma e raccontami meglio tutto. Ma con calma.”

“Io... Sì... Io mi chiamo... Mi chiamano Strina…”

“Strina, lo so… Ma che razza di nome è, Strina?”

“Cristina, sono tanto abituata… Strina è il… Mi chiamano così da quando… Mi hanno bruciato le mani… E’ stato il mio protettore… Si vedono ancora i segni… Io…”

Strina tese le secche braccia verso Armido. Una serie di ematomi ne punteggiavano la pelle. Armido si ritrasse infastidito.

“Cruccio mi ha tolto da quella brutta storia, ma adesso voleva mettersi in proprio… A spacciare, intendo, e pensava di farmi nuovamente battere… In camera, però, stavolta e quello… Quello sul letto, dovevamo dargliene un po’ per convincerlo a comprarne ancora e io… Io dovevo essere l’esca per attirarlo… Ma lui è venuto subito e poi… Io avevo paura… Glielo avevo detto a Cruccio che non c’era da fidarsi di Sciacca e poi… Io non volevo battere… E poi…”

Strina cadde in ginocchio tremante. Ansimava e sudava. Armido ebbe un moto di pietà. In fondo si trattava di una vittima, da riabilitare certo, ma sempre una vittima. Ero stato quello stronzo lì per terra che l’aveva convinta. Era stato lui a cercare di fregare la droga. Quindi era solo lui da punire. In questo caso, il contratto l’aveva già portato a termine. Rimaneva il mandrillo sul letto. Quello era un problema, anche se, ridotto così, probabilmente non si sarebbe ricordato nulla. Certo, il contratto parlava di una coppia. Si trattava di un vero dilemma morale. In fondo lui non era un assassino, lui moralizzava, uccideva solo quelli che se lo meritavano…

Strina osservava terrorizzata quel vecchio con i baffi che le puntava contro la pistola. Sapeva che questa storia le avrebbe portato guai, glielo aveva detto a Cruccio: Locco lo avrebbe scoperto…

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