sabato 26 dicembre 2009

Il procuratore del Diavolo

IL PROCURATORE DEL DIAVOLO


Fuggire, voglio fuggire. Da dove? Ho paura, una terribile angoscia. Mi prende alla gola, alle viscere, le gambe tremano. Non l'ho mai fatto, nemmeno con il pensiero ma devo provare. Una volta almeno, nella mia meschina vita, devo trovare il coraggio e buttarmi. Lasciarmi travolgere dall’incertezza, dall’incoscienza. Eppure provo solo paura. Terrore. Che cosa faccio qui? Torno a casa, è più sicuro. Forse è tardi per tornare.

La città. E’ un luogo di amori e di rancori, un luogo di felicità e di mestizia, un luogo di piacere e di dolore, un luogo di moltitudini eppure di solitudine. La città tutto ingoia. Si intrecciano vite, storie e trame, nelle viscere profonde di questa mostruosa creatura.
Era arrivato. E cercò un parcheggio, un temporaneo rifugio al riparo dal serpente di auto che lo circondava. Lui non viveva in città, aveva sempre pensato fosse meglio non abitarci. Preferiva la solitudine, ma in questo momento aveva bisogno di un pubblico, doveva lasciare un segno. Ora però era immerso in un mare di auto, che lo avvolgeva in una lenta, fredda marea. Un oceano di metallo dove il tempo si dilatava, scandito dal frastuono dei motori e dei clacson. Non riusciva ad avanzare.
La lettera P gli comparve davanti, piccola boa di salvezza nel mare in tempesta. Entrò fiducioso e iniziò a cercare l’agognato ricovero. Niente, nemmeno un posto. Percorse più volte il dedalo stradale. Scorse un pertugio libero e vi si precipitò, fiducioso. Ma una feroce belva era già lì, pronta a ghermirlo, a rubargli il posto, ruggendogli contro.
Uscì. Le auto lo circondavano, non gli permettevano di muoversi, lo soffocavano. Al loro interno scorgeva ombre minacciose, come demoni sogghignanti. Pensava di avere le allucinazioni. Il suo viso era coperto di sudore. Gli edifici lo sovrastavano, distorti e ricurvi su se stessi. La pietra e il cemento sembravano vivi, il vetro e il metallo si contorcevano, come tentacoli, per intrappolarlo.
Il suo grido si perse nel frastuono collettivo. Aiutatemi, sto male, aiutatemi, voglio uscire. Devo andare. Rischiava di diventare anche lui una cellula dei lunghi vermi metallici che strisciavano sulle strade, avanzavano lenti nelle viscere della città.
La città. Luogo di amori e di rancori, luogo di felicità e di mestizia, luogo di piacere e di dolore, luogo di moltitudini eppure di solitudine.
La città, che tutto divorava.
Era disperato. Non voleva morire così. Abbandonò l’auto dove si trovava, liberandosi dall’abbraccio mortale, incurante delle urla del mostro. Ed entrò in quell’edificio, rassicurante rifugio.

Entro, qui fuori è freddo. I brividi, li sento scorrere lungo il mio corpo: è la paura. Paura, tutta la mia vita è stata segnata dalla paura: paura di essere inadeguato, impacciato, di essere deriso, paura di mostrarmi, dei rapporti con gli altri. Sono arrivato. Non posso evitare questo viaggio, non voglio rimandarlo. La morte non può aspettare.

Notte. Una sottile pioggia avvolgeva la nera figura, tanto sottile che la sfiorava e quasi non la bagnava. Un rivolo d’acqua scorreva lungo la tesa del suo cappello e si infrangeva in una pozzanghera. I lampioni lungo la strada parevano pallidi fantasmi avvolti nella nebbia; la pioggia annullava ogni cosa, si udivano solo pochi rumori lontani, attutiti. La notte era il suo unico momento di conforto della giornata, l’unica cosa che gli faceva sopportare quell’orribile posto: accettando il trasferimento, non avrebbe immaginato di precipitare in un tale squallore. Aveva dovuto accettare. La crisi colpiva ovunque. Non poteva permettersi di scegliere. Nel suo lavoro non esisteva cassa integrazione, solo ferie perpetue. A volte non resisteva, ma, almeno, i clienti non mancavano e presto sarebbe arrivata la promozione e, con essa, il trasferimento.
Improvvisamente i rumori cambiarono: si sentivano urla concitate. Che cosa stava succedendo? Una rapina? Uno stupro? Un omicidio? Si precipitò in direzione di un drappello di persone che guardava verso il tetto di un fatiscente edificio. Alzò lo sguardo e intravide un’ombra indistinta sul cornicione, confusa tra due statue.
“E’ lassù!”
“Lo sto vedendo!”
“Ma chi è?”
“E’ matto!”
“Ma che si butti!”
“Ogni giorno uno nuovo!“
Incurante delle grida isteriche della gente, egli concentrò il suo sguardo su quella immagine. Riusciva a carpire solo qualche parola.
“... Via! Lasciatemi solo!“
Una voce cercava di emergere dalla cacofonia isterica della folla.
“Figliolo, ascoltami. Scendi da lì. O almeno lascia che salga io a parlarti. Ricordati che il suicidio è un peccato mortale!”
La risposta si perse nel frastuono irritante della gente. Il prete cercò nuovamente di far sentire la sua voce, ma non lo lasciarono parlare.
“Hanno perso di vista tutti i valori!”
“Vogliono sempre di più!”
“Ai miei tempi bastavano due schiaffoni!”
“Lasci che bruci all’inferno, Padre!”
“Silenzio!” la voce del prete risuonò decisa “Che cosa vi ha insegnato il Signore? E’ una pecorella che ha smarrito la strada, bisogna aiutarla!”
Un uomo magro, folti capelli ricci, avvolto in un elegante impermeabile, sorrise sarcastico, scuotendo la testa.
“Già. Siamo tutti una bella massa di pecore, e quello… Che pena!”
Una anziana signora pregava in ginocchio, con le mani sul volto: bisbigliava parole incomprensibili e ogni tanto rivolgeva lo sguardo verso l’alto.
“… Deciso!… Fare più niente!”
Le parole giungevano dall’alto indistinte, ma chiare nel loro drammatico significato.
“Come vede, Padre, non è questo il modo migliore per dissuaderlo!” ringhiò sprezzante l’uomo magro, girando la testa di lato.
Il prete rivolse verso l’alto un crocifisso mormorando una preghiera.
“… Anche se non lo meriteresti…”
“Oh Dio mio, ma chi è quel povero ragazzo? Qualcuno di voi lo conosce?” strillò una tozza signora, stringendo al petto la borsetta “Per l’amor del cielo, Padre, bisogna fare qualcosa. Lo convinca, la prego! Lei sa chi è quel ragazzo? Ma come si chiama?”
L’anziana signora in ginocchio, alzò le mani verso la figura sul tetto.
“Mi sembra… Sì, è lui… E’ il figlio di.… Si chiama… Mi pare… Povero disgraziato, certo con quella famiglia...”
“Ma no, non è lui. E' quel drogato che avevano arrestato... Ragazzo, ascolta! Perché vuoi farlo? Smettila con quella porcheria e trova un lavoro. Alla tua età...” urlò la tozza signora.
“Andate via! Lasciatemi in pace! Voglio morire!”
L’ultima frase risuonò limpida nella scura notte.
“Lasci stare.” disse il prete rivolto alla signora “Preghi per la sua anima piuttosto.”
“Sì, buona idea. Un altro parassita della società. Siamo soli al mondo. Che ognuno se la sbrighi da sé.” sibilò l’uomo magro dietro di loro “Prega, prega… Che bel quadretto commovente: siamo proprio una massa di pecore…”
“Proprio così, signore, proprio così. E Dio è il nostro pastore.” gli rispose stizzito il prete girandosi verso di lui. l'uomo lo guardò torvo.
La nera figura era rimasta in disparte durante tutta la sterile discussione. Era disgustato da quello che aveva appena ascoltato. Doveva fare qualcosa! Lasciò la folla urlante e si precipitò sul retro del palazzo. Trovata una porta, si infilò. Fu fortunato: conduceva direttamente ad una rampa di scale. In pochi minuti fu sul tetto, a qualche metro dal cornicione. Ora sentiva distintamente le urla.
“Cosa avete da guardare, sciacalli? Voglio solo essere lasciato in pace!“
La folla di sotto rumoreggiava, si sentivano urla e imprecazioni, lontano una sirena lanciava il suo lamento.
“Non m’importa, ormai ho deciso! Devo vincere le mie paure, voi non mi fate più paura! Un uomo deve avere il diritto…“
Si accorse della sua presenza. Era giovanissimo, portava gli occhiali, un viso da bambino, non più di vent’anni. Sconvolto, gli lanciò uno sguardo allucinato e dopo alcuni secondi riuscì a balbettare qualcosa.
“Ch-chi sei?! Co-come sei arrivato fin quassù? Vattene, non mi serve il tuo aiuto, voglio solo morire in pace!“
A quel punto, sfoderò tutto il suo mestiere.
“Nessuno vuole aiutarti. Siamo soli al mondo e ognuno se la deve sbrigare da sé. Ma guarda la folla là in basso, non vedono l’ora di assistere al tuo volo. Non sanno nemmeno chi sei, per loro sono tutti uguali. hanno bisogno di te per sentirsi meglio, qualcuno che sia peggiore di loro. Non sei mai stato nessuno, ma domani tutti parleranno di te!“
“Già! Finalmente qualcuno mi noterà... Forse…”
“Puoi avere il tuo attimo di gloria, l’occasione che aspetti da una vita.“
Non riuscì a finire la frase. Si sentirono delle urla, poi un tonfo sordo. Poi ancora urla, sirene spiegate e passi concitati. Il prete recitava una supplica: la nera figura sorrise. Troppo tardi, pensò. Un’altra anima dannata che brucerà all’inferno. Il tempo del giudizio si avvicinava. Il mondo stava andando in cancrena e lui non faceva altro che amputarne le parti infette. Il lavoro era tanto. In fondo procurava parecchie anime al demonio. La promozione si avvicinava. Lo attendeva un ufficio da dirigente nella sede centrale, comodo, caldo. Infernale.
Di sotto un crocchio di persone stava chino sul cadavere del suicida. Il prete si faceva il segno della croce.
“Lo dico sempre io: tutti così finiscono, se non si ravvedono in tempo!”
La nera figura li guardò passandogli accanto e un sorriso gli illuminò l’ombroso volto. Si fermò di fianco al prete, che lo fissò senza avere il coraggio di domandargli nulla. Lui ricambiò lo sguardo e l'uomo si ritrasse spaventato. Altri clienti, pensò, e questo sarà uno dei migliori.

Ho dimenticato il momento in cui mi uccisi; i cattivi pensieri tendono sempre a disperdersi. Ricordo invece l’istante successivo, i volti che mi fissavano. Tanti, tantissimi, troppi: un’infinità. Mi fissavano con un’espressione indefinita, gli occhi immobili. Non capivo, osservavo questa moltitudine di volti, assisi come giganteschi macabri fiori su di un nero stelo, tutti rivolti verso di me.
Una sottile nenia, come un lamento, permeava l'atmosfera tutt’intorno. L’aria era tersa, sottile, il cielo bianco, asettico. Tonfi erano percepibili in lontananza. Mi feci largo in questo immenso campo di strana vegetazione, ma non mi azzardai a toccare nemmeno una di quelle strane inflorescenze. Il terreno ascendeva lentamente e senza punti di riferimento. Iniziai a seguire le pendenza.
Non saprei dirvi per quanto tempo camminai, ma i tonfi si facevano via via più distinti. Un’eternità più tardi i fiori si diradarono fino a scomparire del tutto. I volti smisero di guardarmi. Un palo, enorme, altissimo, si ergeva al centro di uno spoglio spiazzo. Due pallide e nere figure mi fissavano; una trasognata, l’altra severa, uno impugnando un affilato stiletto e l'altro una falce.
Un tonfo assordante mi distolse da quell’immagine: ai miei piedi giaceva, orribilmente martoriato, un corpo, umano. Qualcosa di strano, in esso, mi turbava vagamente, ma non riuscivo a mettere a fuoco i pensieri. Anche in me sentivo qualcosa di strano. Razionalmente sarei dovuto essere angosciato dalla situazione, sarei dovuto fuggire ma irrazionalmente non provavo alcuna emozione, nessun sentimento, ero come assente.
Il corpo si mosse con un sinistro cigolio, e una catena legata al palo chissà dove, lo riportò in piedi e lo sollevò in alto, sempre più in alto finchè non fu che un puntino e scomparve. Fu allora che finalmente capii cosa non andava in quel corpo: non aveva testa.
I ricordi si fanno ora più confusi. Rammento solo i due sinistri figuri che si avvicinano, si avvicinano...
Adesso mi trovo qui, con la mia povera testa separata dal corpo, mi trovo a immaginare attraverso il dolore ciò che sta succedendo, a guardare, con un misto di compassione e invidia, i nuovi arrivati, ancora inconsapevoli, senza poter urlare loro “ lasciate ogni speranza o voi che entrate! “
Quella figura vestita di nero invece stava urlando. Ormai da ore ripeteva lo stesso ritornello. Credo che anche questo faccia parte del supplizio.

"E quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto Vivente che diceva: “Vieni!”. E subito vidi apparire un cavallo verdastro, e colui che vi stava sopra aveva nome la Morte e l’Inferno lo seguiva.
E subito dal cavallo nacque un asino, sopra il quale c’era un quinto cavaliere, piccolo e tozzo, dalla grande testa e il suo nome era Ignoranza e gli fu dato il potere di togliere la saggezza dalla terra e di far sì che gli uomini non si capissero più fra di loro e gli fu consegnato un sacco pieno di televisori e cuffie audio e video e occhiali multicolori e vestiti firmati e lettori DVD dolby surround e cellulari ultrapiatti e SMS e chatline e talk show e concerti di beneficenza e trasmissioni di approfondimento e commissioni d’inchiesta e direttive e congressi e consigli per gli acquisti e sconti e svendite e diete mirate e telequiz e qualcuno deve pagare e tuttologi e telepredicatori e reality show e gioielli e sfilate e creme miracolose e maghi e guaritori e il pubblico ha diritto di sapere e bombe intelligenti e pacchi bomba e cinture esplosive e prevenzioni e censure e veline svelate e missioni umanitarie e cibo in abbondanza e auto enormi e vere democrazie e contratti vantaggiosi e indici telematici e costo del denaro e inflazione programmata e devolution e decreti legge ed è tutta colpa degli altri e collegamenti dal nostro inviato e prime pagine e controllo dei programmi ed è giusto parlare di certe cose ed è giusto vedere certe cose e atti patriottici e condoni e blocco della circolazione e partenze intelligenti e ipermercati e calendari e guerre preventive e guerre per la libertà duratura e superenalotto e processi sportivi e teatrini televisivi e guardate che immagini strazianti ed ora vediamo un servizio sui regali di natale e autostrade intasate e sorrisi di convenienza e strette di mano e accordi bilaterali e condoni fiscali in modo che gli uomini non avessero più bisogno di usare i propri sensi. E a lui fu data autorità su tutto quanto rimaneva della terra, per governare dove la carestia, la peste, la spada e la morte non avevano ancora colpito. E gli uomini soggiacquero al suo giogo.
E questo cavaliere ebbe sedici figli. I loro nomi erano Ottusità, Prepotenza, Arroganza, Presunzione, Vanagloria, Ostentazione, Tracotanza, Superbia, Fatuità, Arrivismo, Qualunquismo, Cinismo, Indifferenza, Egoismo, Edonismo e Potere.
E di nuovo si spartirono quanto rimaneva della terra."

"Coraggio figliolo, svegliati, apri gli occhi..."
C'era ancora una figura vestita di nero, ora chinata su di lui, la sua mano sulla sua testa. E c'erano anche altri volti, che lo fissavano, alcuni scuotevano la testa e parlavano, parlavano, ridevano di lui, lo compiangevano. Quanto tempo era passato? Il suo corpo era ancora lì, ben saldo sotto la testa.
"Povero ragazzo..."
"Ma quale povero. E' un idiota. Finito su un tendone. Nemmeno capace..."
"E' stata la mano di Dio..."
"Fate passare..."
"Scusi è per la TV... Qualcuno lo conosceva, sapete perché..."
L'uomo in nero se ne era andato, ma quella voce risuonava ancora nella sua mente. Forse era stato il colpo, lo shock, lo stato di confusione, la folla che premeva.
"Questo è l'inferno ragazzo, quello di prima era uno scherzo. Io una possibilità te l'avevo data."

Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?».
"Figliolo, questa è la sacra bibbia, ti sia di conforto..."
Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».
"Piangi figliolo, piangi. Ti farà bene, Dio è con te e questo è il suo verbo. Stringi il sacro testo, sforzati, Dio è con te!""
"Riprendi tutto, presto!"
"Fate passare ho detto, lasciatelo respirare."
Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. E l'Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l'ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all'Agnello, avendo ciascuno un'arpa e coppe d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.
"Si tolga padre e ci faccia fare il nostro lavoro. Si riprenda la Bibbia, non gli faccia fare sforzi. Per favore si allontani."
"Preghiamo fratelli. Ringraziamo Dio per il miracolo compiuto, per la pecorella ritrovata. Intoniamo il Salmo..."
Cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra».

Enrico Solmi

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